I Cucchiaini Feriti


Cucchianini feriti, 1938

Non é la prima volta che prendo la parola per Luca Crippa; e sempre, come del resto hanno fatto altri critici che si sono interessati all'artista, si è stati costretti a citare un più o meno esplicito impulso surreale tra le componenti della sua prolifica cultura d'immagine. Non era molto difficile, del resto, discernerlo dentro gli straordinari labirinti delle sue opere, soprattutto nei disegni stupefacenti eseguiti a penna, perfetti se mai esiste perfezione in questo campo, ma nello stesso tempo così esaltati da quel vento segreto di fantasia, da aprire continuamente sorprese inattese da ogni parte. Come i labirinti appunto, che invitano a correre di qui e di là, seguendo il miraggio che luccica dietro ogni svolta. Senti, cioè, la presenza costante di quell'impulso immaginativo che va oltre i profili di una figura e di un oggetto; però nel momento di definirlo avverti che ti sfugge di mano, e non per sua fragile consistenza. Direi semmai il contrario, che per molteplicità di riflessi e luccicori finisce quasi per stordirti con i suoi fulminei cangiantismi, e nel momento in cui credi di averlo stretto in pugno, ha già preso altro sembiante. Ma c'è, è certo; tanto é vero che lo scopri in quelle opere in cui l'artista giunge per estrema concisione a una severità di segni e grave scandire di bianchi e neri intensissimi, da pensare che non possa esistere altro che un eccezionale affiatamento con gli esempi compositivi di Braque.




E invece basta un rovescio di foglia, un giro improvviso di linea, un affiorare e sparire di figura dentro l'ammiccare continuo del seguo che la evoca e subito la disperde, perché lo scatto avvenga e la calma, l'ordine, l'armonioso ritmo di un disegno si impenni. Va detto, a scanso di equivoci, che non sono mai interventi a capriccio, né tanto meno eterogeneo piacere di gioco o sberleffo; ma piuttosto un moto costante di fantasia che, per ricchezza di immaginazione, scopre di continuo, nel mentre disegna una mano, un sasso, una conchiglia, un arbusto, una macchia, altre evidenze affini o sinuosità di similitudini, per cui resti sempre sospeso tra il reale"e l'invenzione, tra l'ordine rigoroso dei tratti disegnati e lo scivolo inarrestabile di una figura in un'altra, per successione rapidissima di concatenazioni e di metamorfosi. Ma stavolta, con questi disegni, collages e "oggetti" combinati, l'ipotesi di quel fondo surreale é pienamente dichiarata e anzi, fra queste opere datate al decennio 1938-1948, trovi dov'è la fonte delle molteplici valenze immaginative di Luca Crippa. Tutti i risvolti sono rovesciati e si può mettere l'occhio dentro le nicchie misteriose da cui provengono questi esseri, queste presenze magiche, questi folletti spiritati ed eleganti, alieni da angosce, fondigli amari e malati spurghi di indicibili repressioni. All'apposto sembra provenire da un sottofondo rimasto chiaro e trasparente, esperto di incroci ammiccanti fra perversioni e ingenuità; ma senza rimestare bave torbide e piaghe sanguinanti. Mai il ribrezzo si affaccia da queste immagini, pur così esplicite di figura; e nemmeno quel sentore acidulo che proviene dai cunicoli- sotterranei. E' invece come sporgersi su uno specchio d'acqua cristallina e scorgere gli strati profondi resi limpidi da quel cristallo. Di solito il surreale mette in luce la verminaia ossessiva che nascondiamo in noi. Stavolta nelle opere di Luca si scopre un ilare sequenza di immagini pulite, in seguito di metamorfosi che non deprimono, ma anzi eccitano una intelligenza rimasta innocente pur tra le tenaglie dei malesseri contemporanei: vedere quei cucchiaini bendati come anatomie mutilate, la conchiglia che diventa orecchio, i nudi acerbi con le code di cavallo, e così via. E' un surreale cresciuto sul trompe-l'oeil settecentesco con la stessa limpida formulazione del raziocinio illuminista. Il fatto che non susciti ripulsa ma piuttosto accenda una girandola di stupori divertiti, conferma questa origine in bilico tra fervore fantastico, diciamo pure rococò, e rigore espressivo classico. Qualcuno potrebbe essere tentato di pronunciare il nome di Magritte. Ma si pensi all'epoca in cui furono fatti, tra il 1938 e il '48, e Magritte non era, certo, un nome di comune lettura tra gli artisti italiani. E' giunto quindi il momento di riflettere un poco anche sul tempo di queste opere. Un decennio, ripeto, in cui l'adolescente Luca, tra i borghi artigiani di Brianza, evocava in solitudine queste lambiccate preziosità, diciamolo pure con itinerario controcorrente rispetto alla cultura di allora, e quindi senza soccorsi nel conformismo che aduggia tanti surrealisti e dadaisti di queste ultime ore. Un anticipo di tempi che gli si deve riconoscere, tra le tante giustizie che bisognerà rendergli una volta per tutte, almeno come autenticità e indipendenza di ispirazione. Per non dubitare sull'esattezza delle date di queste opere, a testimone c'é ancora chi ricorda una fugace apparizione di alcune di esse in una mostra milanese verso il 1948: Grossetti, Munari, chi scrive. Ma col pregio innegabile delle date e la finezza immaginativa, si tenga in conto anche la bellezza dei disegni, il filo limpido che si snoda sul foglio come un nero filo di seta a imprigionare per sempre un fulmineo ammicco di fantasia.

(Marco Valsecchi," Luca Crippa. Disegni collages e oggetti surrealisti 1938-1948", Milano 1970.)